LA CUCINA NELLA STORIA
I LUOGHI, GLI SPAZI, I TEMPLI DEL CIBO

Appena il tempo lo consente, ai nostri giorni, non è raro vedere terrazze e giardini trasformarsi in sale da pranzo più o meno improvvisate, con tanto di barbecue, tavolini e ombrelloni. Qualcosa di molto simile accadeva anche nella Roma Antica, anche se con modalità di certo più raffinate come ci racconta, ad esempio, Varrone nel suo "De re rustica" lamentandosi dell’eccessivo sfarzo impiegato dai nobili nel creare e arricchire le proprie sale da pranzo. Un fulgido esempio di originalità era costituito dalla villa di Lucullo, fornita di una sala da pranzo ricavata all’interno di un’immensa voliera dove gli uccelli svolazzavano al di sopra di piatti contenenti selvaggina abilmente cucinata. Oppure nel caso di una casa romana dove le tavole erano imbandite sopra una piscina nella quale gli invitati potevano scegliere direttamente il pesce che più preferivano assaporare. E i testi ci hanno tramandato anche i racconti di banchetti serviti su piattaforme galleggianti. Al confronto la dimora per l’inverno di Plinio il Giovane può risultare quasi normale con la sua splendida sala circondata dal mare su tre dei quattro lati, favorendo la vista del meraviglioso panorama attraverso le numerose finestre a vetri. Doveva essere una camera dotata di un clima piacevole con quella felice esposizione, anche in inverno. Per sfuggire, invece, alla calura estiva spesso si ricorreva all’allestimento di ambienti adibiti ai pasti all’interno di grotte naturali o artificiali. Sempre Plinio il giovane ce ne descrive una dotata di un ruscello che scorreva tra le rocce passando per un ambiente fresco ed accogliente dove si poteva comodamente mangiare. Certo, queste operazioni ardite ed estreme potevano anche provocare dei drammatici inconvenienti. Come l’incidente accorso all’imperatore Tiberio, che per miracolo, e per il coraggioso gesto del suo favorito Seiano, riuscì a scampare ad una frana nel bel mezzo di un pranzo in una grotta naturale. Gli architetti si impegnavano nello studio di opere ingegnose che sembrano andare sempre in un’unica direzione: stupire i commensali. Anche lo stesso Varrone ha da farsi perdonare qualche peccato di "superbia". Nella sua villa di Cassino la sala da pranzo era stata progettata in modo da offrire agli ospiti una splendida cornice di verde, alberi e volo d’uccelli. Ma non solo. La tavola circolare era montata su un asse rotabile che uno schiavo faceva girare a comando per far passare, con questa soluzione spettacolare per i tempi, bevande e pietanze davanti a ciascun invitato. E un abile sistema di rubinetti faceva arrivare acqua calda e fredda direttamente a tavola. Un esempio simile è ancora in parte visibile a Pompei, nella Villa di Cornelius Tages, dove il giardino fornito di una pergola doveva ospitare una sala da pranzo in muratura con generosi getti d’acqua. Tutto questo lusso e sfarzo era chiaramente limitato a pochi privilegiati. La maggior parte della popolazione più che del luogo dove avrebbe consumato i suoi pasti era costretto a preoccuparsi di cosa avrebbe messo insieme per il proprio prandium! Anche se, persino nelle classi più povere, si tendeva nelle grandi occasioni ad allestire con riguardo gli ambienti e a permettersi un pasto da consumarsi coricati. Ma perchè i romani preferivano mangiare sdraiati? Lo scopriremo il mese prossimo.

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Solidea Bianchini